BMCR 2020.05.23

Iohannes de Segarellis. Elucidatio tragoediarum Senecae: Thyestes / Tantalus

, Iohannes de Segarellis. Elucidatio tragoediarum Senecae: Thyestes / Tantalus. Quaderni di "Invigilata lucernis", 46. Bari: Edipuglia, 2018. 152 p.. ISBN9788872288573 €25,00 (pb).

Il volume contiene l’editio princeps dell’elucidatio del Thyestes di Seneca – un commentario parafrastico sul modello di quello già composto da Nicholas Trevet – redatto da Giovanni Segarelli (Iohannes de Segarellis), letterato di origine parmense attivo in Italia centrale nel tardo Trecento come scrittore e notaio legato alle famiglie dei Caetani, in particolare Onorato I (1336-1400), e dei conti di Ceccano. Patrizia Mascoli prosegue con questo lavoro critico il progetto di edizione del corpus delle sette tragedie delle quali è a noi pervenuto il commento del Parmense (mancano Agamemnon, Hercules Oetaeus e la pseudo-senecana Octavia), avviato da Kerstin Hafemann nel 2003 con l’edizione dell’elucidatio relativa all’Hercules furens e dalla stessa Mascoli con quella delle Phoenissae.[1] Entrambe le edizioni si basano su un codex unicus fino ad allora noto, il ms. Paris, BnF, lat. 10313 (P), vergato in una fitta gotica libraria nel sec. XV e, dunque, testimone non troppo lontano dall’epoca di redazione.

Stando ai brevi epiloghi che corredano i singoli commenti, su cui si sofferma opportunamente la studiosa nell’Introduzione al volume (pp. 16-19), Segarelli inviava il suo lavoro al destinatario e committente Nicolò o Nicola Rossi (Nicolaus Rubeus) – personaggio a noi poco noto, legato comunque a Onorato come suo procuratore – a mano a mano che ultimava la declaratio delle singole tragedie, per cui è ipotizzabile che l’opera fosse stata assemblata dal destinatario stesso, attraverso l’unione delle singole sezioni pervenute, con le relative subscriptiones di accompagnamento. Ciò spiegherebbe anche la perdita della porzione finale del commentario, certamente prevista nel piano generale di lavoro del Segarelli (lo provano le informazioni testuali rilevate da Mascoli a p. 11), sempre che il Parmense per ragioni a noi ignote non avesse abbandonato a un certo punto il suo progetto e che esso non fosse rimasto, perciò, incompleto. L’unica traccia del progetto compositivo di Segarelli è perciò contenuta in queste subscriptiones, che scandiscono la graduale stesura di ciascuna tragedia. Mascoli vi pone il giusto rilievo, raffrontandole (pp. 16-19). Tali epiloghi si segnalano per un maggiore impegno stilistico di Segarelli, il quale impiega, sempre accompagnate da formule consuete di tapinosi, diverse metafore per definire il suo lavoro, in particolare quelle della ventilatio del testo (pp. 18 n. 23 e 19 n. 24), del globellus da dipanare (p. 17 n. 19) e dei fratres o sorores (p. 17), rappresentati dai commenti che, di volta in volta, dovevano raggiungere e congiungersi con le sezioni già composte nell’arcella libraria del Rossi. Poiché nella produzione di Segarelli è molto forte l’influenza ovidiana e la stessa Mascoli constata (p. 18 e n. 22) che la definizione segarelliana della sua declaratio come rudis et indigesta riprende un “noto modulo ovidiano (Met. 1,7)”, è assai plausibile – a mio avviso – che anche la metafora dei fratres/sorores debba essere ricondotta ai Tristia ovidiani (cfr. 1, 1, 3; 3, 1, 65), là dove il poeta augusteo, inviando a Roma i suoi volumina, dà indicazioni perché trovino posto accanto ai loro «fratelli» precedentemente composti. Quando l’edizione degli scritti di Segarelli – autore, oltre che del commento tragico parzialmente edito, anche di un volume storico di Additiones al De casibus virorum illustrium di Boccaccio (inedito) e di brevi scritti in prosa e in versi – sarà completa, risulterà certamente utile un’indagine specifica sulle reminiscenze ovidiane nella produzione di Segarelli.

La partizione delle sezioni dell’Introduzione al volume curato da Mascoli segue sostanzialmente l’impostazione dell’edizione precedente, prendendo in esame, dopo un rapido cenno biografico (pp. 7-10), le seguenti questioni relative al testo: tradizione manoscritta (pp. 10-14), genesi e subscriptiones del commento (14-20), metodo esegetico (pp. 20-23). Ai criteri dell’edizione sono dedicate le ultime pagine (23-28), che si soffermano soprattutto sulla facies ortografica del testimone unico utilizzato e su alcune evidenze relative al testo di Seneca impiegato da Segarelli, un testimone dell’ampia famiglia A, che doveva presentare, però, non poche difficoltà nell’assegnazione delle battute ai vari personaggi (p. 28).

Nella prima sezione, relativa al profilo biografico, la studiosa si avvale anche delle ricerche edite in un suo articolo su uno scambio epistolare fra Segarelli e l’erudito e abbreviator apostolico Francesco da Fiano,[2] che costituisce una testimonianza utile a ricostruire il profilo culturale di questo dotto parmense, la cui professione forense – come rileva Mascoli (n. 4) e dichiara Segarelli stesso – non gli consentì di dedicarsi, come avrebbe voluto, alle Muse. In proposito, segnalo una trasposizione di note (3 e 5) alla p. 8, che vanno riferite a Francesco da Fiano e non a Segarelli.

Molto accurato, nella sezione relativa alla tradizione manoscritta, è lo studio e la descrizione paleografica del ms. Parisinus (p. 12), sebbene l’analisi della scrittura, una “rotunda italiana”, che, almeno per questo commento, Mascoli sembra attribuire a una stessa mano, e i dati codicologici non consentano di circoscrivere l’epoca o l’area di copia del testo.

Per quanto concerne sempre la sezione introduttiva dedicata alla tradizione manoscritta, occorre segnalare un dato importante, ai fini della constitutio textus, rispetto alla pubblicazione di Mascoli, e cioè  la successiva scoperta, da parte di Emanuele Romanini, di due nuovi testimoni manoscritti del commento senecano di Segarelli in due manoscritti cartacei della Bibliothèque interuniversitaire de la Sorbonne – mss. 630 e 631 – della metà del XV secolo, rimasti finora ignoti a causa dell’errata menzione del nome dell’autore, come Iohannes de Begarelis,[3] nel secondo di essi. Il Sorbonnensis 631 (= S1) è ritenuto da Romanini un testimone utile all’edizione del commento senecano, laddove l’altro ms. – stando allo stesso Romanini – contiene solo sporadiche glosse di Segarelli a un testo di Seneca. La scoperta di S1 comporta un ripensamento della condivisa percezione della scarsissima circolazione del lavoro di Segarelli, anche se resta oscuro il percorso intrapreso dal commento fino agli studia parigini dopo la scomparsa del suo, peraltro oscuro, committente.[4] Resta tuttavia, da provare, con una collazione più estensiva del testo, se questo nuovo testimone non sia in realtà un descriptus di P. Dalla collazione che sto conducendo sul commento alla Medea risulta infatti che il testimone sorbonense è pressoché coincidente con P, ma presenta errori aggiuntivi rispetto ad esso e interventi che possono ritenersi piuttosto riformulazioni del dettato segarelliano o frutto di congetture, talora utili talaltra banalizzanti.

Nella sezione seguente, relativa al metodo esegetico di Segarelli, Mascoli si sofferma sui numerosi “richiami ‘interni’ al commento”, ossia rinvii a sezioni precedenti, soprattutto per l’esplicazione di miti già trattati o per evitare di ripetere la spiegazione di alcuni vocaboli. L’edizione parziale comporta, ovviamente, l’indisponibilità delle edizioni di numerose porzioni dell’elucidatio, ma sarebbero stati certamente utili al lettore dei rimandi in apparato alle pagine delle edizioni critiche per le parti già edite e a quelle del ms. per quelle ancora inedite (ad es. p. 37, 20 ut alibi; 43, 6-7 de hiis penis habes supra in prima tragedia; 44, 23 ut vidisti supra de Hercule; 56, 6 fabulam videbis alibi per extensum).

Quanto ai criteri ecdotici di Mascoli, è senza dubbio condivisibile la sua scelta di mantenere il più possibile la faciesortografica del ms. Parisinus 10313 (P) e non perché la vicinanza cronologica possa legittimare l’ipotesi di una maggiore corrispondenza con l’usus scribendi del suo autore, ma in quanto una edizione parziale del corpus non consente né legittima una qualche scelta ortografica che non scaturisca quantomeno da un esame complessivo degli andamenti ortografici del testo. Ciò, naturalmente, comporta qualche problema di difformità grafica, soprattutto nei nomi propri, anche in una stessa pagina, che, tuttavia, nella prospettiva di un’edizione complessiva potrà essere risolto, senza necessariamente dover ricorrere a una regolarizzazione in senso classico, che pure è stata auspicata, ma non sembra condivisibile, soprattutto per l’edizione di testi medievali. In questa stessa sezione la studiosa accenna anche ad alcuni vocaboli peculiari (p. 27), che Segarelli impiega nel suo commento. Uno studio specifico meriterebbe la lingua d’uso latina di Segarelli, un lessico che talora presenta degli hapax, stando ai lessici – ancora scarsi – disponibili per l’area e per l’epoca specifica del Nostro, talaltra termini che sono più vicini alla lingua volgare e paiono quasi delle forme latinizzate per necessità esegetiche. È materia questa che potrebbe certamente interessare i lessicografi tardolatini e romanzi. Ai vocaboli segnalati si possono aggiungere luminaria (p. 48, 13), che ricorre anche nel commento alla Medea, e tenimenta(p. 57, 6). Interessante è pure la particolare accezione di alcuni termini, come ad es. vegeto a p. 42, 10 e 54, 5.

Quanto all’edizione del testo, Mascoli registra opportunamente anche lezioni che presentano particolari abbreviature nel ms. P; in qualche caso segnala lezioni divergenti del testo, rispetto ai mss. di Seneca, che potrebbero ascriversi a mende proprie del ms. di Seneca utilizzato da Segarelli, che egli stesso riteneva difettoso (p. 14): è il caso ad esempio di quare(p. 44, 2) in luogo di quaere o di levius (p. 70, 13) invece di lenis, segnalato in apparato, anche se in questo caso va notato che molti testimoni di Seneca hanno levis, lezione che facilmente poteva introdursi soprattutto nei mss. in gotica, per la facile confusione di u ed n (vd. pure p. 52, 10 luem per levem); l’aggettivo, peraltro, è semanticamente affine, benché inaccettabile per le esigenze metriche (lēnis/lĕvis), che non erano quasi mai contemplate, però, dai commentatori medievali. La collazione del nuovo testimone consente in molti casi di avallare alcuni interventi di Mascoli, per cui, ad esempio, desperati in luogo di desperata tràdito dal Parisinus (= P) è la lezione corretta da Mascoli e confermata ora dal ms. S1 (fol. 42r), come pure si trova in quest’ultimo, poco più avanti, desperatas, che è stato integrato da Mascoli (p. 45, 6 desperatas›); così violata (fol. 44r) rispetto a violata› (p. 53, 1); semper a p. 45, 19 è lemma senecano integrato da Mascoli, che si trova in S1 (fol. 42r); luem lemma senecano in luogo di levem di P è confermato da S1. A p. 50, 19 Mascoli emenda in contentus il tràdito contento da P, ma S1 ha contentor, verbo che sembra corrispondere alla forma originaria, sebbene postclassica (la conferma l’occorrenza di p. 64, 9). A p. 56, 15 (Hic auctor in persona chorus orat superos)Mascoli conserva la lezione chorus tràdita da P, ma S1 autorizza a ritenere chori (fol. 45r) la lezione genuina, dal momento che il poeta (auctor) parla per bocca del coro. Vanno in ogni caso approfonditi la natura e l’apporto di questo testimone sorbonense, che Romanini esclude sia un descriptus di P, poiché – come si è supposto sopra – quasi certamente non è mero prodotto di trascrizione del commento originario e, in ogni caso, esso è stato trascritto da uno studioso con competenze discrete, tagli cioè da consentirgli di correggere alcune banalizzazioni o sviste presenti nel suo antigrafo, che potrebbe essereproprio P. Una spia significativa dell’opportuna cautela che S1 richiede la cogliamo in riferimento ai vv. 138-143 (fas… navibus) del Thyestes. Essi non sono commentati da Segarelli e una glossa apposta nel margine – come registra Mascoli in apparato – segnala che mancano dei versi nell’elucidatio: “hic deficiunt de testu ·v· versus vel plus”. Dalla collazione di S1 (fol. 45v) emerge, però, quello che appare come un tentativo di risarcire parte della lacuna, ossia la spiegazione dei vv. 138-139, con l’impiego del Commento del Trevet, da cui sembra ripresa la seguente annotazione in S1(cfr. l’edizione critica di E. Franceschini, p. 19, 11-14): “fas, id est lex… in convictu nephas commictitur. Unde Tyestes convivendo fratri Atreo incestavit uxorem”. Noi sappiamo, infatti, che Segarelli non attinse al commento di Trevet e stranamente, forse, neppure sapeva della sua esistenza. Di conseguenza, è da ritenere che l’estensore di S1  abbia compiuto un lavoro redazionale più che di semplice trascrizione dell’elucidatio di Segarelli, con tutto ciò che questo comporta ai fini della constitutio textus.

Nel complesso, si tratta il lavoro critico di Mascoli è realizzato con cura, a cui va riconosciuto, in più, il merito dello sforzo dell’editio princeps, che, come noto, è impresa non facile, nonché quello del doversi affidare – almeno finora – a un codex unicus.

Segnalo solo qualche lieve refuso (ad es. p. 19 pueris per queris; p. 45, in apparato linquet per liquet; p. 72, 8 dopo cogitavi va apposto un segno d’interpunzione), che rileva solo nella prospettiva – certo non agevole sul piano organizzativo, ma certamente auspicabile in futuro – di un’edizione complessiva dell’elucidatio senecana del Segarelli. L’incremento dei testimoni dell’opera modifica infatti il quadro generale della sua diffusione e offre nuovi elementi al lavoro dell’editore di Segarelli.

Note

[1] K. Hafemann (ed.), Der Kommentar des Iohannes de Segarellis zu Senecas ‘Hercules furens’, Berlin-New York: De Gruyter, 2003; P. Mascoli (ed.), Iohannes de Segarellis. Elucidatio tragoediarum Senecae: Thebais seu Phoenissae. Quaderni di «Invigilata Lucernis» 40, Bari: Edipuglia, 2011. L’elucidatio di una terza tragedia, l’Oedipus, è stata pubblicata da A. Lagioia (ed.), ‘Elucidatio tragoediarum Senecae: Oedipus’, Quaderni di «Invigilata Lucernis» 42, Bari: Edipuglia, 2012.

[2] P. Mascoli, Uno scambio epistolare tra Giovanni Segarelli e Francesco da Fiano, «Invigilata Lucernis» 34, 2012, 137-146.

[3] Vd. E. Romanini, Per la ricezione di Seneca nel Tre-Quattrocento: due nuovi testimoni dell’Elucidatio tragediarum di Giovanni Segarelli, «Italia Medioevale e Umanistica» 57, 2016, 91-134: 94.

[4] Qualche notizia ulteriore su Nicolaus Rubeus, anch’egli notaio e originario di Alatri, è raccolta da E. Romanini, Giovanni Segarelli letterato del tardo Trecento, «Italia Medioevale e Umanistica» 53, 2012, 117-180 : 150-160.