BMCR 2020.05.04

Prudentius’ Crown of martyrs. Liber peristephanon

Len Krisak, Joseph Michael Pucci, Prudentius' Crown of martyrs. Liber peristephanon. Routledge later Latin poetry . London; New York: Routledge, 2019. viii, 171 p.. ISBN 9780815353270 $155.00.

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Il Liber Peristephanon di Prudenzio, tradotto in inglese da Len Krisak col titolo di Prudentius’ Crown of Martyrs, è il quinto volume in ordine di apparizione della collana Routledge Later Latin Poetry, diretta da Joseph Pucci e inaugurata nel 2017 con Ausonio (Deborah Warren), continuatasi quindi con il Liber Cathemerinon di Prudenzio (Nicholas Richardson, 2017), gli Euangeliorum libri quattuor di Giovenco (Scott McGill, 2018) e il De reditu suo di Rutilio Namaziano (Martha Malamud, 2018). Come dichiaratamente espresso, la collana (e quindi anche il Peristephanon prudenziano che qui si recensisce) «responds to the increasing interest in later Latin authors and especially the growth in courses devoted to late antiquity» e ancora si prefigge come obiettivo quello di dare alle stampe «creative, accessible translations». Ma chi si accosti alla traduzione del Peristephanon ad opera di Len Krisak dovrà farlo nella piena consapevolezza di non avere tra le mani un’opera scientifica, destinata ad un pubblico di studiosi, ma piuttosto un’opera di poesia, o meglio, di riscrittura poetica. Per altro, da questo punto di vista, ottimamente riuscita.

Il volume si articola in due sezioni, la prima delle quali è un’introduzione generale a cura di Joseph Pucci, la seconda la traduzione dei quattordici componimenti prudenziani, con un apparato minimale di note esplicative. Conclude il libro una bibliografia essenziale e un indice. L’unica parte che ha pretese di scientificità, pur nella stringatezza delle informazioni, è la prima, a cura di Pucci. Quest’ultimo, professore di Classics, Medieval Studies e Comparative Literature alla Brown University (Providence, Rhode Island), presenta innanzi tutto, in un primo capitolo dell’introduzione (Historical Context; The Life of Prudentius; The Poet’s Output), la figura di Prudenzio all’interno del contesto storico, culturale, sociale della seconda metà del IV sec. d.C., mettendola in relazione con gli intellettuali più in vista del medesimo periodo, quali Agostino, Gerolamo, Paolino di Nola, Claudiano, e ancora Ausonio, Ilario di Poitiers, Proba e Ammiano Marcellino; ma soprattutto collocandola nello sfondo di quei cambiamenti epocali che sono stati introdotti dalla conversione al cristianesimo dell’imperatore Costantino, con tutte le conseguenze che essa ha apportato. Segue dunque una analisi, anch’essa essenziale, delle opere di Prudenzio, che si limita ad indicarne la struttura e, per grandi linee, la trama. Il secondo capitolo dell’introduzione (Historical, literary and poetic Contexts of the Peristephanon) si focalizza sull’opera oggetto della traduzione. La descrizione della raccolta dei carmi in onore dei martiri allestita dal poeta di Calagurris, la citazione delle fonti classiche e scritturistiche impiegate, la finalità e la destinazione di essi, costituiscono una presentazione, dal taglio certamente divulgativo, che anticipa l’analisi di tutti e quattordici i componimenti, relativamente ai quali si rende conto della struttura metrica, della vicenda agiografica narrata, dei particolari di maggiore rilievo che hanno attirato l’interesse del poeta. Il terzo capitolo (Textual History and Reception) fa il punto della situazione su alcune note di interesse filologico: la tradizione manoscritta, di cui si citano i due testimoni più antichi (Paris, Bibliothèque Nationale de France, lat. 8084, VI saec. in.; Milano, Biblioteca Ambrosiana, D36 sup., VI saec. ex. – VII saec. in.); le edizioni critiche più rilevanti (Bergman, CSEL 61, 1926; Cunningham, CCh SL 126, 1966); il problema delle varianti d’autore; l’ordine in cui compaiono gli inni; e, infine, la fortuna dell’opera a partire dal più antico testimone a noi noto, ossia Sidonio Apollinare. L’introduzione scritta da Joseph Pucci si conclude con un quarto capitolo (The Meters of the Peristephanon), in cui vengono descritti e schematizzati tutti i metri adoperati da Prudenzio nei quattordici componimenti. Segue, dunque, un quinto capitolo (Principles of Translation), la cui composizione si deve non a Pucci, ma, com’è normale, al traduttore, ossia Len Krisak. Ed è a lui, e alla sua opera, che adesso dobbiamo rivolgere la nostra attenzione.

Len Krisak è un poeta americano, autore di raccolte di poesie originali quali: Midland (Somers Rocks Press, 1999), Fugitive Child(Aralia Press, 1999), Even as We Speak (University of Evansville Press, 2000), If Anything (WordTech Editions, 2004), Afterimage(Measure Press, 2014); nonché di traduzioni, soprattutto da autori classici, quali: The Odes of Horace (Carcanet, 2006); Virgil’s Eclogues (University of Pennsylvania Press, 2010); Ovid’s Erotic Poems (University of Pennsylvania Press, 2014); Carmina of Catullus (Carcanet, 2014). Su questo filone, ma con una apprezzabile apertura verso la letteratura tardoantica e, in particolare, cristiana, si colloca la recentissima traduzione del Peristephanon di Prudenzio. Prima di esprimere qualunque giudizio, è assai opportuno leggere con attenzione i principi cui il poeta/traduttore si è ispirato nell’allestimento della sua versione in lingua inglese. Krisak afferma expressis uerbis di pensare a se stesso «as a poet, not a scholar», e di aver proceduto alla traduzione dapprima realizzando una parafrasi in prosa che avrebbe poi provveduto a trasferire in versi. Questo significa che il risultato finale, ossia la traduzione in lingua inglese, non muove direttamente dall’opera prudenziana, ma da un testo intermediario già in inglese, il che spiega i notevoli punti di distacco che emergono dal modello di partenza e la versificazione finale in lingua moderna. Una scelta di cruciale importanza è stata quella di rendere metricamente la traduzione, rispettando la natura dell’inglese che è «a basically iambic language»; motivo per cui non è stata operata nessuna forzatura da parte del poeta di costringere la sua traduzione in uno schema dattilico o trocaico. Il testo latino seguito da Krisak è quello di Henry John Thomson (utilizzato anche per un controllo sulla traduzione), che di fatto riproduce, con alcuni lievi interventi, quello edito da Johann Bergman (CSEL 61, 1926).

L’operazione che ne risulta, se considerata dal punto di vista poetico, è ampiamente riuscita e di gradevolissima lettura. Si consideri, solo e.g., un passaggio come i vv. 277-289 del V inno, in cui si descrive l’evento miracoloso della trasformazione in fiori del letto di cocci aguzzi preparato per il martirio di S. Vincenzo: «And then he sees each broken shard / of pottery decked out in tender / flowers as the prison-house / exhales pure nectar-scent and nard. / Even angels stand there in a corps, / speaking face-to-face before / him. One of special, noble grace / addresses him in words like these: / ‘Rise up, exalted martyr. Rise! / Rise up, assured you are secure. / Rise up and join our holy choir / in union that is sweet and sure». Rime, anafore, enjambement, anadiplosi ed epanadiplosi e vari altri tropi fanno di questi versi, come di tutta la traduzione prudenziana di Krisak il risultato di un fine lavoro di cesello, che però non risulta mai artificioso o troppo alessandrineggiante. Allo scopo di entrare nel laboratorio del poeta, prendiamo in considerazione alcuni passaggi del III inno, quello in onore di S. Eulalia, e mettiamoli a confronto con l’originale latino. La prima strofe (vv. 1-5) recita così: Germine nobilis Eulalia / mortis et indole nobilior / Emeritam sacra uirgo suam, / cuius ab ubere progenita est, / ossibus ornat, amore colit. La traduzione di Krisak mette in posizione incipitaria, dunque di assoluto rilievo, la santità della vergine, invertendo il nome proprio con l’apposizione, ritenuta più importante. Il risultato è il seguente: «A holy virgin, nobly born / and nobler still in how she died: / Eulalia. […]». L’espressione Emeritam […] suam, / cuius ab ubere progenita est, / ossibus ornat, amore colit viene modificata nella traduzione, in quanto non è più lei che con le sue ossa onora Emerita (la sua città natale, dove è anche stata sepolta), ma a farlo sono direttamente le sue ossa («[…] Her bones adorn / Emerita, her place of birth»). Ma è soprattutto un vigoroso intervento di amplificatio che suggella in maniera originale la prima strofe. L’asciutto e stringato amore colit si trasforma infatti in «Her guardian love protects its earth». Ai vv. 48-50, che narrano di Eulalia che, nel buio orroroso della notte, fugge via dalla casa dove la sollecitudine materna l’aveva rinchiusa per evitare che andasse incontro alla morte per Cristo, nel modello latino si legge: angelico comitata choro, / et licet horrida nox sileat, / lucis habet tamen illa ducem. Prudenzio, dunque, non ci dice espressamente che la luce che guida Eulalia fossero gli angeli a elargirla. Eppure Krisak traduce come segue: «And troops of angels guard her there, / amid the frightening, silent night, / to serve her for a guiding light». L’interpretazione del traduttore è inequivocabile, così come la sua volontà, qui come altrove, di mettersi in competizione col modello stesso, per creare un’opera che di fatto manifesta una sua ben precisa autonomia. E ancora, al v. 160, la fame di santità e il desiderio di morte che a un certo punto si impadroniscono di Eulalia, sono da Krisak accelerati, a tal punto che, mentre nel modello latino si legge uirgo citum cupiens obitum / appetit et bibit ore rogum, egli nella sua traduzione elimina ogni riferimento al verbo appetit, lasciando solo l’idea del bere il fuoco senza nemmeno cercarlo («A speedy death is what she yearns / for, drinking fire trough her mouth»). La colomba che esce dalla bocca della santa (che altro non è se non la sua stessa anima), dipinta da Prudenzio come candidior niue, diventa metaforicamente «snowy» in Krisak, in un passo anch’esso rilevante per la delicatezza dei toni poetici. Gli esempi potrebbero moltiplicarsi e se ne riscontrano ad ogni strofe di tutti i componimenti.

In conclusione: se abbiamo necessità di una traduzione ‘di servizio’, filologica, che permetta di cogliere appieno le movenze del testo latino (si pensi anche a chi magari non ha una destrezza tale in questa lingua da poter attingere direttamente all’originale), l’opera di Krisak si presenta non adeguata. Anche perché, criticità non indifferente, ma comunque conforme alle esigenze della collana, sprovvista del testo latino a fronte che, invece, sarebbe stato utilissimo. Al contrario l’opera di Len Krisak merita, e molto, se da essa ricerchiamo il piacere della lettura di un autore antico in una bella traduzione moderna.