BMCR 2019.12.15

The Brothel of Pompeii. Sex, Class, and Gender at the Margin of Roman Society

Sarah Levin-Richardson, The Brothel of Pompeii. Sex, Class, and Gender at the Margin of Roman Society. Cambridge: Cambridge University Press, 2019. xix, 243. ISBN 9781108496872 $99.00.

Il volume, diviso in due parti anticipate da un’introduzione e seguite da una conclusione, descrive ad analizza i due piani dell’edificio VII. 12. 18-20 dell’antica Pompei, i ritrovamenti mobili effettuati al suo interno, gli affreschi che ne decorano le pareti, i graffiti tracciati sugli stessi muri e quanto l’Autrice ricostruisce si svolgesse all’interno. Segue un’interpretazione sociologica ed antropologica dei clienti e dei lavoratori del sesso, femmine e maschi, in esso impegnati. Due appendici finali riportano i documenti dello scavo archeologico dell’edificio, effettuato nel 1862, e l’elenco, verificato dall’Autrice, dei graffiti. 1

Nell’introduzione si ha una presentazione del lupanare di Pompei, un generale stato degli studi sulla prostituzione antica, un’impostazione del presente studio anche sul modello di indagini rivolte alla prostituzione contemporanea. Nel capitolo 1 vengono analizzate e commentate la planimetria e la composizione architettonica del piano inferiore del lupanare; si ricostruisce la funzione delle piattaforme in muratura, non solo rivolta all’attività sessuale ma anche alla consumazione di cibo e bevande, come accadeva nei letti da triclinio; si individuano gli assi visuali interni, sia generali sia dalle singole celle.

Dei materiali mobili ritrovati, oltre all’elenco ed alle condizioni di ritrovamento (capitolo 2), viene indagata la funzione originaria, mettendola in rapporto con le attività che si svolgevano all’interno del lupanare.

Dei circa 150 graffiti noti (capitolo 3) vengono descritte le posizioni sulle pareti a diverse altezze e le distribuzioni nelle varie celle; si propongono le categorie all’interno delle quali possono essere distinti ed organizzati i testi, gli autori di essi ed il loro rapporto sia con i potenziali lettori sia con la generale cultura scrittoria sincrona. Si descrivono anche i disegni presenti.

Degli otto affreschi originari del piano terreno, solamente sette sono conservati così da poter essere analizzati (capitolo 4). Oltre che l’iconografia rispettiva ( cinque scene esplicite di rapporti eterosessuali; una di figura femminile china su una maschile stesa su un letto; una di Priapo con due falli), si studia e si commenta la posizione dei quadretti nella distribuzione planimetrica del lupanare e si cerca di intendere come le scene figurate possano aver influito sul comportamento dei frequentatori di esso. Si confrontano queste immagini con altre di analogo contenuto note finora, rilevandone analogie e differenze—queste ultime in particolare relative allo status sociale dei personaggi e degli ambienti raffigurati.

Del piano superiore dell’edificio (capitolo 5), crollato a seguito dell’eruzione del Vesuvio, viene studiata la storia dello scavo e del restauro, così da poterne inferire l’aspetto originario. I ritrovamenti ivi effettuati, le decorazioni affrescate, la disposizione e la variata ampiezza dei vani che lo compongono vengono analizzati per tentare di individuarne la funzione generale, che si propone essere stata residenziale.

Questa prima parte del volume costituisce un notevole passo in avanti nella conoscenza critica dell’edificio VII. 12. 18-20 dell’antica Pompei. La ricerca sulla storia degli scavi e del restauro, oltre che sui ritrovamenti— finora inedita, anche per quanto riguarda l’accuratezza e la profondità dell’indagine esperita,—testimonia a favore della metodologicamente corretta impostazione dello studio seguita dall’Autrice. L’analisi della distribuzione nello spazio del lupanare sia dei graffiti sia degli affreschi rappresenta una significativa, e feconda, novità rispetto agli studi finora compiuti su questo stesso edificio. Rimane, però, incerta la definizione delle qualità e quantità dell’illuminazione all’interno del postribolo e, di conseguenza, la reale possibilità di apprezzare le iconografie affrescate. La solitaria lucerna ritrovata (p. 33) non permette molte deduzioni al proposito: anche considerando che di necessità doveva esserci una fonte di illuminazione artificiale in ogni singola cella, tanto più se vi si svolgevano, come crede l’Autrice, attività estranee al puro commercio sessuale, come la consumazione di cibo e bevande. La distinzione in categorie del contenuto dei graffiti e quella dei rispettivi autori conduce l’Autrice ad interrogarsi sullo scopo dei messaggi così espressi e sui rapporti intercorrenti tra coloro che li hanno tracciati e coloro che, potenzialmente o in realtà, potevano leggerli.

La seconda parte del volume analizza le diverse categorie dei frequentatori del lupanare: i clienti maschili (capitolo 6), le prostitute (capitolo 7) e i prostituti (capitolo 8). Si propone che i primi—per lo più di non elevato status sociale se non in stragrande maggioranza addirittura schiavi— potessero trovare nel lupanare possibilità di piaceri non solo sessuali, ma anche di autoaffermazione, di competizione reciproca con altri clienti: tutte situazioni che non si sarebbero potute realizzare in realtà esterne.

Per le prostitute, delle quali si afferma lo sfruttamento, si ricostruiscono i modi attraverso i quali esse hanno tentato di conservare ed affermare una propria soggettività, opposta alla oggettività ed alla violenza quotidianamente sofferte. Il mantenere un aspetto seducente, il costruire e prolungare relazioni specifiche con alcuni clienti sono alcuni dei modi per tentare di elevare il proprio stato. Un’impostazione analoga è stata seguita dall’Autrice a proposito dei prostituti, per i quali si riconosce una posizione molto più debole di quella delle prostitute. Si propone un interessante confronto tra prostituti ed attori di teatro dei quali ultimi si vantava l’avvenenza.

Le conclusioni riassumono e rafforzano i principali argomenti trattati, per lo più nella seconda parte del volume: posizione del lupanare e di quanti lo frequentavano, sia clienti sia lavoratori del sesso, in rapporto alla vita sociale dell’antica Pompei; la funzione di smussare le differenze sociali svolta dal lupanare stesso; il rapporto tra la violenza e l’oggettivazione dello sfruttamento ai danni dei lavoratori del sesso e i modi di opporsi a tali stati di pesante subordinazione e di affermare, o tentare di affermare, una propria soggettività.2 Più in generale, si riafferma come al commercio sessuale si univa anche la consumazione di cibi e bevande,3 praticata sulle piattaforme in muratura presenti nelle singole celle del piano terreno. Infine, si sostiene che la pratica dello scambio sessuale dietro mercede non sia stata significativamente differente nella cultura e nella società greche rispetto a quelle romane.

Manca qualsiasi riferimento allo posizione sociale dei gestori/proprietari dell’attività che si svolgeva nel lupanare. Se ne tratta brevemente solo per quanto riguarda la loro integrazione nella società pompeiana, essendodi necessità in rapporto con i vicini di casa con i quali avevano condiviso l’utilizzazione delle pareti che sostenevano il piano superiore del lupanare stesso.

Questa seconda parte dello studio è chiaramente influenzata da modelli e metodi di studio nati e riferiti ad argomenti di antropologia culturale moderna e contemporanea. In quanto tale, ciò che è esposto in queste pagine ci si presenta come una stimolante apertura verso argomenti non frequenti (se non addirittura assenti) nella maggior parte degli studi finora compiuti sull’antichità. E, al contempo, assai spesso appare che l’attenzione rivolta dall’Autrice a questa impostazione di studi e di ricerche l’abbia fatta deragliare da una giustificata e documentata critica dell’evidenza, della società e dellacultura antiche conservate fino a noi. Ad esempio, la plurifunzionalità del contenitore in vetro di unguenti o profumi ritrovato al piano-terra del lupanare viene utilizzata per proporre, ma anche talvolta sostenere, varie ipotesi interpretative, anche diverse fra loro. Altrettanto vale a proposito del rasoio in bronzo. Una tale impostazione mette in guardia il lettore nei confronti dell’uso a tutti i costi di strumenti interpretativi, utilizzati anche in mancanza di evidenze oggettive e sufficienti. La realtà antica ci è giunta in maniera lacunosa e casuale: né i vuoti di conoscenza che in essa, purtroppo, si constatano possono essere colmati dai risultati provenienti da indagini compiuti su campioni sociali viventi. Infatti, ad esempio, i lavoratori del sesso contemporanei possono aver usufruito di un definito grado di scolarizzazione, e, comunque, godono a pieno titolo di diritti politici e civili integri. Per quelli antichi vale l’incertezza—in mancanza di documentazioni affidabili—della rispettiva scolarizzazione posseduta, in specie per quelli appartenenti alla categoria dei peregrini e degli schiavi. La categoria degli schiavi, in quanto definiti instrumenta vocalia, non godeva di alcun diritto. Anche quanti appartenessero allo stato libertino ed addirittura a quello libero, se tacciati di pratiche meretricie, venivano registrati come infames.4 Alla condizione servile, inoltre, era connesso l’obbligo di accondiscendere ad ogni desiderio, o comando, del rispettivo padrone. Da quanto fin qui accennato consegue che i paralleli, anche a livello di modelli euristici e/o interpretativi, tra lavoratori del sesso antichi e moderni non sembra possano essere legittimamente impostati e proposti. In effetti, le due materie di indagine, quella antica e quella moderna, differiscono fra loro in maniera assai profonda proprio per quanto riguarda la posizione sociale degli individui: liberi quelli moderni,5 mentre fra quelli antichi la percentuale di schiavi, per quanto ignota, doveva essere rilevante. L’ovvia, ma banale, essenza—comune nell’antichità e nella fase moderna—consistente nel commercio di sesso tra un richiedente ed un offerente anche in presenza di “emotional labor” (p. 116), non è sufficiente a colmare le differenze sostanziali che si sono poco sopra esemplificate.

Circa la remuneratività dell’investimento finanziario necessario all’impianto ed alla gestione di un lupanare l’Autrice si dimostra molto scettica (p. 146): in specie in quanto essa richiama la possibilità di acquistare sesso in esercizi e luoghi di tutt’altro tipo, come cauponae oppure locande. Da una tale situazione, verificata anche a Pompei, e sulla scorta di precedente bibliografia, l’Autrice giustifica la rarità di identificazione di lupanari nella totale diacronia e distribuzione geografica del mondo antico. Da un punto di vista archeologico non bisogna dimenticare che gli edifici antichi hanno subìto, oltre che distruzioni, anche modifiche della propria originaria funzione interna nel corso del rispettivo tempo di durata. Aseguito della cristallizzazione quasi assoluta della sua conformazione materiale iniziale dovuta alla ricopertura eruttiva del Vesuvio, la situazione conservativa di Pompei non conosce confronti possibili. Da un punto di vista storiografico, la Notitia delle Regiones di Roma (IV secolo d. C.) enumera 45 (o 46 secondo il Curiosum) lupanari funzionanti in città 6: anche se di nessuno di questi possono oggi essere mostrati i resti. Con ogni evidenza, la domanda di sesso mercenario trovava, in antico, differenti forme di offerta. La dimensione del volume finanziario7 formato dal relativo commercio si deduce dal numero dei postriboli documentato a Roma, ai quali si aggiungono tutti gli altri ricostruibili nelle altre città dell’Impero, anche nelle minori come Pompei, oltre alle cauponae ed alle locande. Se ne ricostruisce il rilevante peso, anche economico oltre che numerico, dei relativi clienti, oltre a quello dei lavoratori del sesso adibiti a quegli esercizi. A dimostrare quanto appena affermato basterebbe l’iscrizione da Isernia ( CIL IX, 2689 = ILS 7478), nella quale si enumerano i costi relativi ad un pernottamento in una locanda comprensivi delle esplicite prestazioni di una puella; e anche quanto narrato dal poeta Orazio, insonne in una locanda a Trevico lungo la via Appia, lasciato solitario da una mendace puella ( Sat. 1, 5, 82-84).

In definitiva, il volume di Sarah Levin-Richardson costituisce un significativo avanzamento nella conoscenza materiale (archeologica) dell’edificio VII. 12, 18-20 dell’antica Pompei. Nell’interpretazione del suo funzionamento all’interno della sincrona cultura della società attiva a Pompei pare invece che l’Autrice si sia troppo affidata a strumenti di lettura e di interpretazione non perfettamente adatti alla realtà antica. ​

Notes

1. l volume si completa con l’elencazione della bibliografia utilizzata, l’indice delle citazioni degli Autori classici e quello generale degli argomenti trattati. Numerose le illustrazioni nel testo da fotografie in bianco e nero realizzate appositamente dall’Autrice; altre fotografie a colori sono aggiunte fuori testo.

2. Per l’utilizzazione sessuale delle schiave da parte dei rispettivi padroni, alla bibliografia citata a nota 6 e a nota 18 (p. 189) sono da aggiungere: J. A. Marchal, “The Usefulness of an Onesimus: The Sexual Use of Slaves and Paul’s Letter to Philemon”, in Journal of Biblical Literature 130, 4, (winter 2011) pp. 749-770; C. W. Marshall, P. Ripat, “Enjoing a Slave Woman in P. Oxy. LXXIV 5019″, in ZPE 191( 2014) pp. 231-234.

3. Ciò poteva avvenire nell’alveo dell’analogo comportamento, risalente al periodo arcaico e classico, della presenza e dell’attività di etere durante i simposi. Cfr. M. Torelli, ”I culti,” in Storia della Calabria 1, a cura di S. Settis, Bari 1987, pp. 599-601.

4. Fonti e relativa critica in P. G. Guzzo, V. Scarano Ussani, Ex corpore lucrum facere. La prostituzione nell’antica Pompei, Pompei-Roma 2009, pp. 13-16.

5. Nonostante una percentuale di sex workers tratte a forza dal proprio Paese d’origine ed avviate alla prostituzione, si hanno oggi libere organizzazioni che difendono e propugnano i diritti dei sex workers. Così, in Italia, il Comitato per i diritti civili delle prostitute, fonato nel 1982.

6. L’informazione è in: Notitia Regionum Urbis XIV, II appendice, 26 (cfr. Curiosum Urbis Regionum XIV cum breviariis suis, 26). Anche nel “De rebus et ornamentis in urbe Romae”, 26 i lupanaria sono valutati in 46. Cfr. H. Jordan, Topographie der Stadt Rom im Alterthum 2, Berlin 1871, p. 69; p. 151; K. Schneider, s. v. Meretrix, in RE 15, 1, Stuttgart 1932, cc. 1022-1023.

7. Come uno dei modi di far cassa Suetonius, C. Caligola 41, tramanda che l’imperatore Caligola organizzò un lupanar nel Palatino. ​