BMCR 2012.11.05

Macrobii Ambrosii Theodosii Saturnalia. Oxford Classical Texts

, Macrobii Ambrosii Theodosii Saturnalia. Oxford Classical Texts. Oxford; New York: Oxford University Press, 2011. lvi, 540. ISBN 9780199571192. $99.00.

Questa importante edizione dell’opera maggiore di Macrobio Teodosio1 intende sostituire, come testo critico di riferimento, quella di James Willis (1963), che anche nella sua ‘terza edizione’ del 1994 (veramente una ristampa con corrigenda della seconda del 1970) resta caratterizzata da “poorly judged documentary basis, irresponsible apparatus, erratic choice of readings”.2 Insieme alla parallela edizione Loeb,3 essa si basa sulle approfondite ricerche inaugurate da Robert Kaster con vari lavori accessibili nei Princeton/Stanford Working Papers in Classics e culminate in Kaster 2010,4 volume che di quest’edizione è indispensabile complemento.

Le fondamenta dell’edizione sono solidissime. L’interesse che l’erudita compilazione macrobiana seppe suscitare anche nei ‘secoli bui’ ci è testimoniato già per il VII secolo da un estratto usato nel 703 da Beda.5 Ma il testo integrale dei Saturnalia ci è giunto solo grazie al recupero in età carolingia di una copia tardoantica sfigurata da imponenti lacune, che hanno pesantemente alterato l’articolazione d’autore dell’opera,6 costituendo il presupposto per l’odierna divisione, d’origine umanistica, in sette disomogenei ‘libri’. Da tale archetipo discende una tradizione manoscritta che Kaster ha inventariato e indagato con metodo esemplare, selezionando con sicurezza i codici filologicamente più utili e offrendone datazioni e localizzazioni aggiornate ed efficaci caratterizzazioni.7 Dalle sue collazioni e revisioni esce confermata la fisionomia dello stemma già precisato da Willis 1957, distinto nei due rami, α e β, quest’ultimo ancora bipartito in β 1 (limitato ai primi tre ‘libri’) e β 2. Di ogni articolazione dello stemma, a differenza dei predecessori, Kaster offre tuttavia persuasive dimostrazioni. Ogni ramo, inoltre, è da lui integrato con importanti testimoni da Willis non utilizzati (G per α, OL per β 1 e CQ per β 2). Tutto ciò consente di applicare con trasparenza razionali principi stemmatici (pp. xxvi-vii), che conferiscono al testo di Kaster elevata attendibilità documentaria.

Se l’apparato critico di Willis è appesantito da dettagli spesso imprecisi sui codici utilizzati (alcuni dei quali stemmaticamente inutili), quello di Kaster, al contrario, è impostato come strumento affidabile ed essenziale: la tradizione è sistematicamente registrata (p. xxviii) nei casi di corruttele d’archetipo; di discrepanze con la fonte conservata di Macrobio; di varianti α / β; di errori significativi di β 1 o β 2. Kaster applica rigorosamente l’ eliminatio lectionum singularium e fa largo uso dei sigla greci degli intermediari ricostruibili (vd. pp. 3-4 e lo stemma a p. xxvi, dove all’interno del ramo β 2 va integrata l’indicazione di ‘δ’ come ascendente di Rε). La facies dei singoli manoscritti è comunque definita da pregevoli elenchi dei più significativi errores singulares di ciascuno presenti nella Prefazione, utili anche per ‘collocare’ recentiores e codici ancora ignoti. L’apparato, per lo più positivo, risulta ‘user- friendly’: rari i casi come 1.4.27, dove sarebbe stato interessante confermare le grafie dei codici α per populo Romano ( pr secondo Willis), senza limitarsi a riportare il post K (o simili) di β. Anche per il greco, “which the Saturnalia incorporates more abundantly than any other Latin text from antiquity” (pp. xxviii-ix), Kaster ha deciso di non ingombrare l’apparato con le minuzie grafiche che nuocciono in Willis alla leggibilità, e ha preferito dedicare gran parte della Prefazione (pp. xxviii-xlv) a sistematici elenchi di corruttele ordinate alfabeticamente, preziosi soprattutto per le indagini sul greco nel medioevo occidentale. Kaster non rifugge dal ‘vitalizzare’ l’apparato con qualche sobria notazione stilistica (ad es. p. 131.16). Proficua attenzione è dedicata alla precisa attribuzione delle congetture, anche mediante il paziente ricontrollo delle editiones veteres.

Molto più ricco di Willis è l’apparato dei rimandi, collocato tra testo e apparato critico. Secondo l’auspicio di Timpanaro 1964: 786, esso contiene non solo gli estremi delle numerosissime citazioni esplicite di Macrobio, con accurati rimandi anche alle edizioni degli autori di tradizione indiretta, ma pure generosi riferimenti a fontes e loci similes, gli estremi dei rinvii interni, e molti paralleli. Talora questo primo apparato ha la ricchezza di un commento in nuce. Così si spiega la presenza di riferimenti anche a repertori come il Lexicon of Ancient Latin Etymologies di Robert Maltby e al manuale di retorica di Lausberg. Non mancano nemmeno riferimenti a ipotesti della prosa macrobiana (come quelli a Hor. serm. 2.4.1-3 per 1.2.13 o a Verg. Aen. 1.703 per 1.24.22) che peraltro si potrebbero facilmente moltiplicare (ad es. dietro 1.3.1 ci sarà Verg. Aen. 2.1-2; per 1 praef. 16 sub quodam prologi habitu andrebbe citato Ter. hec. 9: cf. De Nonno 2003: 18).8 Giuste sono anche, rispetto a Willis, certe eliminazioni. A 1.4.12 ( laeuaque ancile gerebat) manca il riferimento a Verg. Aen. 7.188. Per l’oracolo di Dodona in 1.7.28 oltre al rimando all’ Appendix Cougny dell’ AG si poteva aggiungere un cenno alla fonte ultima Dionigi di Alicarnasso (1.19). Si poteva ricordare a 1.9.14 ( Saliorum antiquissimis carminibus ‘deorum deus’ canitur) il frg. 1 Blänsdorf del Carmen Saliare : diuum deo supplicate (come a 1.15.14 è ricordato il frg. 2). A proposito del verso virgiliano espunto in 4.5.2 da Jan si doveva ricordare che è Aen. 1.242.

E vengo al testo, premettendo che esso presenta in generale, rispetto a Willis, un lay-out più arioso e leggibile, articolato mediante ‘a capo logici’ più frequenti e un più attento uso degli spazi tra paragrafi: particolarmente pregevole l’effetto nei libri V e VI, rispetto al disordine delle pagine di Willis; meno felice esteticamente è, a mio giudizio, la decisione di stampare in corpo minore ‘a blocchetto’ le citazioni in prosa di una certa lunghezza (vd. ad es. p. 124, dove il cambio di corpo nel font greco stona particolarmente con la citazione ‘centrata’ delle righe 1-3 e col greco inserito nei §§ 4-5).

Le quasi 300 discrepanze testuali rispetto a Willis sono scrupolosamente elencate in Kaster 2010: 113-117, e in tale volume in buona parte ampiamente discusse.9 Ammirevole è l’onestà nel segnalare esplicitamente i casi di concordanza contro Willis con Marinone 1977 (cf. inoltre Kaster 2010: 29 n. 1). L’accurato studio della tradizione rende per lo più le scelte di Kaster stemmaticamente inattaccabili. Nei casi in cui egli deve esercitare il iudicium è raro che si debba discordare dalle sue argomentazioni, sempre filologicamente e linguisticamente motivate. Resta naturalmente qualche dubbio, come in 1.3.3 solem occasum λ Gell. 3.2: solis occasum PGβ: l’accordo di due codici α con β impressiona: banalizzazione poligenetica o ‘errore d’autore’? (al § seguente tutti i codici macrobiani hanno a solis occasu contro a sole occaso di Gellio; diversi casi come 1.4.25, dove è giusto correggere l’errore d’archetipo quis per uis, che avrebbe reso la frase non costruibile da Macrobio). Apprezzabile è la propensione di Kaster a esaminare spassionatamente la tradizione e ad avanzare pregevoli congetture, come in 1.2.13 adesset per adessem dei codici (cf. anche Kaster 2010: 32-33), che parte dall’osservazione della “notable inconcinnity” per cui Eusebio direbbe omnia scripto mandaui dopo aver annunciato in quantum potero, animo repetam; si osserverà che anche delle memoriae uires di Postumiano s’era fatta menzione al § 2, per cui altrettanto strano potrebbe sembrare che costui confessi di essersi preparato un testo scritto ne quid subtraheret obliuio; ma le ulteriori osservazioni di Kaster sugli “advantages” strutturali e narrativi della sua correzione appaiono persuasive. Fra le altre congetture di Kaster segnalo: I praef. 8 tantum (aggiungere in apparato cum Seneca; stesso scambio in 1.11.50 [in questi due passi si correggono errori degli apparati Loeb]); 1.7.18 ex mero ueri fonte (ma vd. Timpanaro 1978: 535-36); 1.8.8 producendi; integrazioni come 1.7.23 ob; 1.17.67 caput; 4.6.9 animum; 6.2.24 seminibus; espunzioni come 1.15.18 Kalendarum die; 6.1.53 decimo. Tra le congetture di altri studiosi valorizzate da Kaster spiccano quelle recenti di Holford-Strevens in 1.15.3 e di Rodgers in 7.12.37. Altri interventi di rilievo compaiono nelle citazioni (ad es. l’integrazione simul in 6.5.8, di Bergk); meno necessaria l’integrazione di in in 1.5.7 (Lucilio), dove benché la fonte Gellio testimoni tale preposizione essa poteva mancare nel codice gelliano usato da Macrobio, che metricamente avrà pensato a un’eccezionale ‘posizione’ della sp- di spatio.

Un pregio di quest’edizione è proprio lo scrupolo nel riprodurre metodicamente le citazioni conservando il testo insoddisfacente che Macrobio trovava nelle sue fonti, conservate (come il Gellio di 1.4.22) o perdute (come nel celebre caso neviano di 6.5.8; cf. anche 1.11.42). Esemplare è peraltro tutto il capitolo ‘The Author as Copyist’ in Kaster 2010: 65-84, con notevoli osservazioni sulla opportunità di conservare forme anche ametriche, se grammaticalmente corrette, in versi greci. Gli esempi sono infiniti, dalla rinunzia a ‘riaggiustare’ citazioni di versificatori arcaici ridotte in prosa (cf. 6.1.4, e 1.10.3) a casi di citazioni ‘approssimative’ come Verg. georg. 1.126-27 in 1.8.13. Anche qui qualche decisione è discutibile, come 1.7.37 (Accio, Annales), dove viene accettata al v. 4 una sia pur lieve correzione di Baehrens. Rare sono le cruces (ad es., con Marinone, a VI 1, 16): io le avrei messe anche al tempe di 6.2.5 (Lucr. 2.28, corretto in templa : ma a 6.4.21 citato con tecta !). In 6.2.16 (Enn. ann. 258-260 Sk.) è azzardato in Macrobio segnare tra il primo verso (metricamente completo) e il secondo la lacuna postulata da Vahlen e Skutsch ( contra Timpanaro, ultimamente in Contributi di filologia greca e latina, Firenze 2005: 243-245). Parimenti in 6.2.19 orbe di Torrentius sarà giusto in Var. frg. 3 Blänsdorf, ma l’ ore dei codici dovrebbe restare in Macrobio (come il certo errato lustrans al v. 3 del frg. 4, citato al § 20); lo stesso vale per il faxit del Cujas in 1.4.19 ( factum sit probabilmente già Macrobio). Oserei dire che anche indu in 6.2.28 (Enn. ann. 432 Sk.) non dovrebbe sostituirsi in Macrobio all’ inde dei codici. Tralascio ulteriori dubbi, perché sia chiaro che il mio giudizio complessivo sul trattamento delle citazioni da parte di Kaster è molto positivo.

Il volume si conclude con esaurienti indices locorum e nominum, segnando anche in ciò un progresso rispetto a Willis, la cui edizione dei Saturnalia manca di indici, aggregati a quelli del commento al Somnium Scipionis in altro volume.

Fin qui ottimamente, e sarebbe il momento di chiudere questa positiva recensione con l’abituale indicazione di qualche veniale errore di stampa, volta a dimostrare più che altro lo scrupolo del recensore. Ma proprio qui devo segnalare un grave e inatteso difetto di questo libro. E non mi riferisco tanto ai pur brutti refusi, particolarmente fastidiosi nella Bibliografia (pp. xlix-lvi), da ‘Kritsiche’ per ‘Kritische’ in Bergk 1860 al titolo del commento lucreziano di Lachmann (dove manca In prima di T. Lucreti Cari); “Mariotti 1953” è del 1951 (così del resto in apparato a p. 371); i frammenti della comoedia antiqua di Meineke sono del 1839-40 (“1839-57” sono gli estremi cronologici degli interi Comicorum Graecorum fragmenta); nel titolo di Merkel 1841 manca Ouidii; al posto di “Pellegrin 1978”, volendo citare tutti e tre i volumi (in 5 tomi) dell’opera, andrebbe scritto “Pellegrin 1975-2010” (del 1978 è il solo volume 2.1); l’editore dei GRF ii ha due ‘z’; delle HRR di Peter la seconda edizione (1914) riguarda il solo I volume (il II è del 1906). Anche nel testo e in apparato non mancano sciatterie, ad es. p. 26 (primo apparato a 1.6.8): “Pliny” in inglese; p. 40.14: diversamente che nell’edizione Loeb, uenerem senza maiuscola; p. 43.5: incongruo e isolato riferimento “[53 AC]”, ripreso dalla Loeb; p. 77: l’avverbio ablative è presente in apparato in un’accezione inusitata; p. 107.22: correggere περικλύτου in περικλυτοῦ; p. 110.3: refuso ἠ᾽ per ἢ; p. 220.15: punto invece di “…”; p. 221.3: “inidgnationem”; p. 222.6: brutte spaziature; in apparato a p. 318.18 correggi Hom. in Hes. (cioè Hes. op. 210, confuso da Macrobio con Hom. Od. 8.209); a p. 354 la nota d’apparato a r. 13 è da riferirsi alla r. 14. Ma particolarmente insidiosi sono vari difetti del testo stesso di Macrobio. In un saggio di confronto analitico Willis/Kaster esteso a circa 150 pagine (comprendenti 1 praef. + 1-15; 2.8; 4; 5.1 e 6.1-5) ho osservato anzitutto numerosi casi di inspiegabile caduta di sigle di prenomi tráditi (e presenti nell’edizione Loeb!): 1.8.1 Tarquinium per L. Tarquinium e Furium per L. Furium; 1.11.24 Vettium per C. Vettium (a § 25 C. Gracchum è diventato Gracchum); vd. altrove 6.2.34 Philippus per L. Philippus. Analogo, ma più complicato, il caso di 6.3.3, dove nel testo si legge erroneamente Aelii (invece del C. Aelii di Kaster 2010: 52, e della Loeb), e l’apparato registra: «Aelii Merula 1595, p. dxcvi (cf. Liv. 41.1.7, 41.4.3) : caelii ω ” (giusta qui la Loeb: “C. Aelii Merula (cf. Livy 41.1.7, 4.3) : caelii ω ”). Decisamente allarmanti sono poi le seguenti sviste già della Loeb e sfuggite (con quante altre?) alla redazione degli OCT : 4.5.3 Manes illic coniugis, hic patria (traduzione Loeb: “in the one, his wife’s dead spirit, in the other, his homeland”): ma è trádito e va scritto patris (Enea chiede alla Sibilla di rivedere il padre Anchise); 1.4.4 dopo non novitas è caduto per omeoteleuto il trádito sed vetustas; infine 1 praef. 8 ut qui odora pigmenta conficiunt ante omnia curant, ut nullius sint odoris proprii quae condientur, confusuri ( -ura codd.) videlicet omnium sucos in spiramentum unum : qui è caduto dopo sucos addirittura il raro odoraminum, che deriva pari pari (cosa finora non osservata) dalla traduzione di Calcidio del Timeo (p. 49.1-2 Waszink ut qui odora pigmenta conficiunt ante omnia curant, ut nullius sint odoris proprii quae condientur, susceptura videlicet humidos sucos odoraminum : cf. Plat. 50 e), testo che andrà ormai registrato tra gli ingredienti del ricercato impasto linguistico della prefazione macrobiana, con interessanti risvolti anche cronologici.10

Prima che questo lavoro possa essere considerato, secondo i meriti di Kaster, l’edizione di riferimento per i Saturnalia, occorrerà che la casa editrice, già gloriosa per la sua stampa impeccabile, provveda a una capillare correzione di sviste e refusi che appaiono davvero troppo numerosi, e che, quand’anche risalgano talora ai files forniti dall’autore (può succedere: experto crede Ruperto !), avrebbero dovuto essere redazionalmente eliminati in una collana tradizionalmente d’eccellenza.

Bibliografia

Arweiler, A., 2000, “Zu Text und Überlieferung einer gekürzten Fassung von Macrobius Saturnalia, 1,12,2 – 1,15,20”, ZPE 131: 45-57.
Cameron, A., 1966, “The Date and Identity of Macrobius”, JRS 56: 25-38.
De Nonno, M., 2003, “Grammatici, eruditi, scoliasti: testi, contesti, tradizioni”, in Gasti, F. (ed.), Grammatica e grammatici latini: teoria ed esegesi, Como/Pavia: 13-28.
Dorfbauer, L. J., 2010, “Die Bucheinteilung der Saturnalia des Macrobius”, MH 67: 43-63.
Jan L. von, ed.,1848, Macrobii Ambrosii Theodosii Opera quae supersunt, I, Quedlinburgi et Lipsiae.
Kaster, R. A., 2010, Studies on the Text of Macrobius’ Saturnalia, Oxford/New York.
Marinone, N., ed., 1977, I Saturnali di Macrobio Teodosio, Torino 2.
Pellegrin, É. (†) et all. (2010), Les manuscrits classiques latins de la Bibliothèque Vaticane, Tome 3.2: Fonds Vatican latin 2901-14740, Cité du Vatican/Paris.
Timpanaro, S., 1964, recensione di Willis 1963, Gnomon 36: 785-91.
Timpanaro, S., 1978, Contributi di filologia e di storia della lingua latina, Roma.
Willis, J., 1957: “De codicibus aliquot manuscriptis Macrobii Saturnalia continentibus”, RhM 100: 152-164.
Willis, J., ed., 1963, Ambrosii Theodosii Macrobii Saturnalia, Leipzig.

Notes

1. Per l’onomastica dell’autore cf. Cameron 1967. Per il titolo resto incerto tra il tradizionale Saturnalia e il Saturnaliorum convivia dell’intitolazione dei manoscritti, preferito da Marinone 1977: 99.

2. Kaster 2010: vii; cf. anche p. 4.

3. Recensita da Sander M. Goldberg (BMCR 2011.09.46).

4. Recensito da Jarrett Welsh (BMCR 2011.08.09).

5. È la cosiddetta Disputatio Chori et Praetextati (cf. Arweiler 2000), portatrice talora di lezioni prearchetipali; Kaster ne ha usato un testo allestito da Leofranc Holford-Strevens.

6. Per un’ipotesi di ricostruzione in 6 libri (apprezzata da Kaster), cf. Dorfbauer 2010. Marinone 1977: 39-40, seguendo Jan 1848: xxxi-ii, ipotizzava una divisione originaria in 4 libri. L’estensione presumibile di tali libri implica che Macrobio abbia redatto i Saturnalia già come codex. Le parti perdute dell’opera comprendevano secondo Kaster (p. vii n. 3) circa “300 modern pages of text”. La gravità del danno si può valutare considerando che la presente edizione conta 475 pagine (non tutte, però, uniformemente ‘piene’ di caratteri).

7. A integrazione delle notizie sui codici della Prefazione (pp. viii-xxvi) e di Kaster 2010, segnalo per il Vat. lat. 5207 (L) la datazione al X secolo (prima metà) e l’origine italiana proposte in Pellegrin (†) 2010: 509-10. Particolarmente interessante è lo studio dei rapporti fra i codici AC del ramo β 2, con la documentata caratterizzazione di C (Cambridge, Corpus Christi College 71) come esemplare della ‘filologia inglese’ del XII secolo (pp. xx-xxii, cf. Kaster 2010: 21-24).

8. Meriterebbe un’apposita ricerca il gusto di Macrobio, di caratterizzare stilisticamente i suoi interlocutori: cf. ad es. 1.4.4 famulabor arbitrio iubentis (parla Servio) con Serv. GL 4.449.4 mea audacia tuo defenditur imperio. Particolare il caso di 1.5.17, dove a proposito del iudicium di Simmaco ricorre il termine edecumatus, e di 2.1.8, dove lo stesso Simmaco parla di iocos … edecumatos : ora edecumo e edecumatus sono ‘Lieblingswörter’ proprio di Simmaco (cf. Thes. 5.62.75 sgg.: a parte grammatici e lessicografi, il termine ricorre, oltre che in questi passi di Macrobio, solo 1 volta in Siricio, 1 volta in Ennodio e ben 5 in Simmaco. Anche multiiugus, detto da Simmaco sempre in 2.1.8, è da costui effettivamente adoperato ben 6 volte. La lode dell’eloquenza di Simmaco in 5.1.7 trova peraltro riscontro nelle sue citazioni in GL 5.584.5 e 588.25 ( rel. 3.8), 7.458.11 e 489.28 (frgg. 1-2 Seeck), e 4.488.29-32 (frg. 6).

9. Un elenco di errori di stampa di Willis è in Kaster 2010: 111. Ortografie bizzarre di Willis sono corrette tacitamente da Kaster in casi come Scrofa per Scropha o Dysarius per Disarius.

10. In mancanza di dati sui codici non sono in grado di interpretare ulteriori immotivate differenze tra il Macrobio di Kaster (Loeb e OCT) e delle altre edizioni, come 4.1.5 Sybilla Kaster: Sybillae cett., e 5.1.7 quo Sallustius regnat Kaster: in quo Sallustius regnat cett.