Bryn Mawr Classical Review

BMCR 2019.05.23 on the BMCR blog

Bryn Mawr Classical Review 2019.05.23

Emmanuel Plantade, Daniel Vallat (ed.), Les savoirs d’Apulée. Spudasmata, Band 175.   Hildesheim; Zürich; New York:  Georg Olms Verlag, 2018.  Pp. 403.  ISBN 9783487156385.  €98,00.  


Reviewed by Francesca Piccioni, Università degli Studi di Cagliari (fpiccioni@unica.it)

[Authors and titles are listed at the end of the review]

Il volume, curato da Emmanuel Plantade e Daniel Vallat, raccoglie gli interventi presentati al convegno internazionale «Les savoirs d’Apulée», tenutosi a Lione nell’ottobre del 2016.

Si articola in tre corpose sezioni (Savoir pratiques, Savoirs spirituels, Savoirs intertextuels), per un totale di 14 contributi, in francese, inglese e italiano. Il fil rouge che li lega è ben esplicitato nell’Introduction, affidata a Plantade; lo studioso, prendendo le distanze dalla parte della critica che ridimensiona l’attitudine di Apuleio quale philosophus,1 sottolinea piuttosto come i suoi multiformi e variegati saperi, lungi dal portare lo stigma di superficialità, rappresentino autentico desiderio di conoscenza; e proprio nell’attitudine filosofica (e platonica) a investigare il mondo in ogni suo aspetto la polymathia e polytropia di Apuleio troverebbero il loro collante e fondamento. E la caleidoscopica cultura apuleiana non manca in effetti di emergere dagli svariati argomenti e tagli dei saggi presentati, che, come è evidente dai titoli elencati in calce, spaziano dai saperi tecnici della medicina e della legge a quelli religioso-misterici e filosofici, fino ai più propriamente letterari. Entro i limiti che qui si impongono sarebbe arduo trattare singolarmente tutti i contributi; ne discuterò dunque due per sezione, scelta che non vuole essere a priori un giudizio di valore, ma rispecchia piuttosto gli interessi di chi scrive.

Programmaticamente apre la miscellanea il denso saggio di Nicolas Lévy, Multiscius : la conception apuléienne de la polymathie au miroir de la notion grecque de πολυμαθία, incentrato sulla connotazione dell’aggettivo multiscius, neologismo caro al Madaurense, ma pressoché assente nelle restanti fonti latine. Lévy passa analiticamente in rassegna le occorrenze rilevabili in Apologia, Florida e Metamorphoses e, altrettanto significativamente, le non-occorrenze, nel caso di personaggi (tra cui Apuleio medesimo), per cui si insiste «davantage, formellement, sur la qualité que sur la diversité» del loro sapere (p. 21). Il trattamento apuleiano della polymathia è posto a confronto con l’analogo concetto nelle fonti greche, dalla condanna di Eraclito e Platone all’ideale cui tendere di Isocrate e Plutarco, fino al medioplatonico Filone d’Alessandria, in cui polymathia e eumathia, quantità e qualità del sapere, si conciliano e l’una è condizione necessaria per acquisire l’altra. Dalla disamina di tali fonti l’autore trae la chiave interpretativa della multiscientia in Apuleio, una rispettabile varietà di competenze artistiche e oratorie, non paragonabili tuttavia a quelle scientifiche propriamente intese o filosofiche. Lo scopo che l’autore si prefigge di una riflessione inedita, nella sua sistematicità, sulle implicazioni filosofiche di tale neologismo appare pienamente raggiunto.

Chiude la sezione dei Savoir pratiques Mustapha Lakhlif, Les connaissances juridiques d’Apulée de Madaure à travers l’Apologie; si tratta di un attento vaglio di tutti i passi dell’orazione difensiva da cui traspare la conoscenza del diritto, con particolare riferimento alle leggi matrimoniali e in materia di eredità, ma anche alla manumissio di schiavi o alla diminutio capitis per debitori insolventi. Per quanto il saggio non apporti sensibili novità, è nondimeno un’utile puntualizzazione e approfondimento sul tema, che si giova altresì in molti casi, convenientemente, della citazione diretta delle fonti giuridiche sottese ai passi apuleiani; il che concorre a tratteggiare la piena padronanza del diritto romano da parte di Apuleio.

La seconda parte del volume, Savoirs spirituels, ospita il contributo di Hippolyte Kilol Mimbu, L’âne d’or 11, 15-16 et le Nouveau Testament, Actes 2, 1-16 (40). Réflexions sur les savoirs religieux d’Apulée. Il saggio si propone di rileggere le conoscenze religiose di Apuleio alla luce dell’esegesi biblica relativa alla fenomenologia dei miracoli, offrendo una sinossi, peraltro non priva di spunti interessanti, tra casi di ‘miracoli’ apuleiani e neotestamentari. Sulla base di similitudini rilevabili tra Met. XI e la letteratura apocalittica giudaico-cristiana e sulla base della presenza nel romanzo di attributi di Iside propri del Dio delle religioni monoteiste, lo studioso, contro parte della critica, propugna un’interpretazione unitaria in chiave isiaca (e dunque seria) dell’intero romanzo, con argomentazioni, tuttavia, non sempre probanti. È senz’altro vero, come studi recenti hanno mostrato, che allusioni ai culti egizi sono disseminate in tutta l’opera e che l’XI libro non si può liquidare come semplice parodia. D’altra parte rinunciare al doppio piano interpretativo, religioso e comico-parodico (o enfatizzare troppo il primo ai danni del secondo), potrebbe sembrare riduttivo in un autore che ama, a tutti i livelli, giocare con l’ambiguum e che, anzitutto, intende delectare.

Silence and Revelation: Discourses of Knowledge in Apuleius, di Evelyn Adkins, è un’indagine ben argomentata sul concetto cardine nel romanzo di curiositas, intesa come desiderio di conoscenza (lecita o illecita), e correlata loquacità, nonché sugli speculari concetti di rivelazione e silenzio mistico. L’analisi è condotta a partire da alcuni case studies riguardanti le vicende parallele di Lucio e Psiche. L’iniziazione di Lucio ai misteri di Iside in Met. 11, 23 ss., ad esempio, segna il passaggio dalla cupiditas noscendi incontrollata, e mal diretta verso la magia, a una superiore conoscenza divina, possibile solo per rivelazione; parimenti alla palmare descrizione dell’iniziazione magica di Lucio in Met. 3, 15 ss. fa prevedibilmente riscontro la castigata misura nel fornire i dettagli della sua iniziazione religiosa. Parola e silenzio, suggerisce Adkins, non sono opposti ma complementari: un discorso può celare, oltre che rivelare, il silenzio debitamente contestualizzato comunica la superiore conoscenza di chi lo serba. Ampio il ricorso al conforto di fonti latine e greche, Plutarco in primis.

Nella terza e ultima sezione, Savoirs intertextuels, si segnala il saggio di Lara Nicolini, Itur in silvam antiquam… Materiali ovidiani per le nuove Metamorfosi, che indaga con la consueta acribia la presenza ‘di sottofondo’, si vorrebbe dire, di Ovidio nelle pagine di Apuleio. Dopo un acuto e metodologicamente condivisibile monito sui rischi di sovrainterpretazione in fatto di intertestualità, la studiosa chiarisce l’approccio seguito: individuazione di segmenti testuali intrinsecamente esposti, per tematica, a influenza ovidiana, quindi ricerca di eventuali spie linguistiche a conferma. Sotto esame è l’episodio dell’ira di Venere in apertura della bella fabella di Amore e Psiche. Qui, se gli elementi lessicali finora valorizzati dagli esegeti trovano paralleli in Virgilio o Lucrezio, la tessitura della scena si rivela in realtà squisitamente ovidiana, trovando nella vicenda di Latona e Niobe l’exemplum della divinità adirata con una mortale per aver inficiato il suo primato. Ovidio si profila dunque presenza sempre viva nella memoria di Apuleio (assai più di quanto la critica abbia evidenziato) e pronta a fornire ‘materiale di riutilizzo’, anche se non esibita attraverso segni linguistici espliciti.

Emmanuel Plantade, L’inuentio de Psyché et Cupidon : Apulée, lecteur de Dion de Pruse, ragionando sull’‘africanità’ di Apuleio2 e partendo dal presupposto, ormai assodato dagli studi folklorici, che la favola tragga origine da un racconto della tradizione orale numida,3 si interroga sull’originalità dell’operazione culturale rappresentata dall’inserzione di un racconto barbaro in un contesto letterario greco-romano; l’autore individua in alcuni passi di Dione di Prusa (segnatamente il racconto della γραῦς γυνή di Or. 1 e l’ancora poco studiato μῦθος Λιβυκός di Or. 5, 1-3) il possibile archetipo e un precedente legittimante per Apuleio. Grazie al duplice approccio testuale e antropologico al contempo, Plantade fa emergere i riferimenti allusivi e criptati alla matrice libica che Apuleio, troppo a lungo considerato «un pur produit de la latinité» (p. 318), dissemina nel racconto.

Chiudono utilmente il volume gli Abstracts in inglese e un Index Auctorum, di per se stesso rivelatore dell’alto numero di fonti primarie messe a frutto. Non numerosi e in genere trascurabili gli errori materiali (segnalo unicamente la svista nel titolo Apuleius. A Roman Sophist, p. 8, in luogo di Apuleius. A Latin Sophist).

Per concludere, la miscellanea rappresenta, nella sua varietà di argomenti e di metodi, una messa a punto, opportuna e benvenuta, circa il focus tematico attorno a cui si struttura, la multiscientia apuleiana, segnalandosi altresì per la finezza di taluni contributi.

Table des matières

Emmanuel Plantade – Introduction, 7

Savoirs pratiques
Nicolas Lévy – Multiscius : la conception apuléienne de la polymathie au miroir de la notion grecque de πολυμαθία, 19.
Ilaria Ottria – Apulée et la langue grecque, 45.
Sébastien Barbara - Apulée et les savoirs toxicologiques, 67.
Sonia Sabnis – Towards an Epistemology of Slavery in Apuleius’ Metamorphoses, 95.
Marianne Béraud – Apulée, juriste de la condition servile ? Le cas du vicariat de l’âne Lucius dans les Métamorphoses (8, 26 et 10, 13), 115.
Mustapha Lakhlif – Les connaissances juridiques d’Apulée de Madaure à travers l’Apologie, 127.

Savoirs spirituels
Hippolyte Kilol Mimbu - L’âne d’or 11, 15-16 et le Nouveau Testament, Actes 2, 1-16 (40). Réflexions sur les savoirs religieux d’Apulée, 143.
Anna Motta – Apuleius’ Biography of Plato in the Platonist Tradition, 173.
Evelyn Adkins – Silence and Revelation: Discourses of Knowledge in Apuleius, 191.
Franck Collin – Éléments d’une mythopoétique de la casuistique chez Apulée de Madaure, 213.

Savoirs intertextuels
Ellen Finkelpearl – Aesopic Discourse in Apuleius, 249.
Lara Nicolini – Itur in silvam antiquam… Materiali ovidiani per le nuove Metamorfosi, 279.
Emmanuel Plantade – L’inuentio de Psyché et Cupidon : Apulée, lecteur de Dion de Pruse, 299.
Daniel Vallat – Savoir caché, savoir scandaleux ? Apulée et l’intertexte épigrammatique de l’Apologie, 325.
Bibliographie, 359.
English Abstracts, 391.
Index auctorum, 399.


Notes:


1.   Tra gli altri, in specie S. Harrison, Apuleius. A Latin Sophist, Oxford 2000.
2.   Naturalmente nel senso riveduto e corretto del termine che si è andato imponendo nella ricerca internazionale a partire dall’ormai celebre, tra gli addetti ai lavori, Apuleius and Africa, B. T. Lee – E. Finkerpearl – L. Graverini eds., New York – London 2014.
3.   Agli studi di Plantade medesimo e alla bibliografia da lui citata si può ora aggiungere il recente T. Braccini, Lupus in fabula. Fiabe, leggende e barzellette in Grecia e a Roma, Roma 2018, pp. 142-149.

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