Bryn Mawr Classical Review

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Bryn Mawr Classical Review 2018.12.08

Martin T. Dinter, Charles Guérin​, Marcos Martinho (ed.), Reading Roman Declamation - Calpurnius Flaccus. Beiträge zur Altertumskunde, 348​.   Berlin; Boston:  De Gruyter, 2017.  Pp. 183.  ISBN 9783110401240.  €109,95.  


Reviewed by Luciano Traversa, Università degli Studi della Repubblica di San Marino​ (luciano.traversa@unirsm.sm)

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[Authors and titles are listed at the end of the review.]

Reading Roman Declamation—Calpurnius Flaccus si colloca in una serie in tre volumi dedicata ai corpora declamatori latini, il primo uscito nel 2016 sulle declamationes pseudo-quintilianee e il terzo nel 2018 su Seneca Padre.

Il volume in oggetto raccoglie gli atti di un convegno su Calpurnio Flacco tenutosi presso la Maison de la Recherche dell’Université Paris-Sorbonne, con il patrocinio dell’Institut Universitaire de France, nel Febbraio del 2014. È la prima miscellanea sui 53 brevi excerpta di declamazioni attribuiti a una figura ancora oscura e dalla discussa datazione, 1 confluita in un’antologia di dieci oratori minori (Corpus decem rhetorum minorum).

La riscoperta di Calpurnio Flacco è evidentemente favorita dal rinnovato interesse per le declamationes: una nuova generazione di studiosi, che si sta rivelando piuttosto prolifica negli ultimi anni, discute sulle molteplici possibilità di interpretare questi scritti, aprendosi ad approcci metodologici diversificati ma complementari e, dunque, interdisciplinari. I topoi delle declamazioni sollevano problemi di natura testuale, ma rivelano anche squarci di mentalità, consuetudini sociali e connessioni con il diritto, rendendo così necessari il coinvolgimento e l’interazione tra svariate competenze scientifiche.

È ormai un dato acquisito che il genere declamatorio, nella sua duplice declinazione greca2 e latina, si muove al confine tra esercitazione retorica e invenzione fittizia; una linea di ricerca sempre più condivisa3—e che risulta dominante in questo volume—intende valorizzarne la dimensione letteraria, fondata sull’uso consapevole di tecniche e convenzioni ben precise.

Nell’introduzione Martin T. Dinter e Charles Guérin offrono un quadro puntuale della storia degli studi segnalando i contributi più recenti.4 Sono richiamati anche i preziosi commenti editi negli ultimi anni, dal lavoro di Lennart Håkanson sul primo libro delle Controversiae di Seneca Padre, pubblicato postumo con la curatela di Francesco Citti, Biagio Santorelli e Antonio Stramaglia (Berlin-Boston: De Gruyter, 2016), alla serie delle Declamazioni maggiori—ancora in fieri—di Antonio Stramaglia, edita dall’Università di Cassino, che presto sarà seguita da un’edizione Loeb in collaborazione con Michael Winterbottom e Biagio Santorelli; quest’ultimo è al lavoro anche sulla traduzione italiana, con commento, delle Declamazioni minori coordinata da Lucia Pasetti.

Rispetto a una tradizione così ricca di indagini e approfondimenti su Seneca e lo pseudo-Quintiliano, gli studi su Calpurnio Flacco hanno presentato per lungo tempo un’anomalia: al di là dell’eccellente edizione Teubner del 1978, a cura di Håkanson,5 e dei commenti isolati di Lewis A. Sussman (Leiden: Brill, 1994) e Paul Aizpurua (Paris: Gallimard, 2005), nessun gruppo di ricerca si era mai concentrato sull’autore. I curatori del volume si sono proposti di colmare tale lacuna ben riuscendo nell’impresa di valorizzare un corpus declamatorio, il cui dato distintivo è dato dalla collocazione cronologica in coda ai più corposi precursori.

Così la figura di Calpurnio Flacco assume, innanzitutto, i caratteri dell’epitomatore, dato che la voluta frammentarietà della sua opera—il cui abbreviatore si identifica con l’autore—e la centralità che conferisce alle sententiae sintetizzano i tratti costitutivi di un intero genere.

Eppure il volume in oggetto si spinge oltre e lancia una sfida dichiaratamente provocatoria: la letteratura di Calpurnio Flacco si situerebbe ad un tale stadio di avanzamento rispetto alla precedente, da cui pure non può prescindere, da meritare la definizione di “Declamazione 2.0”. Occorre una certa prudenza quando si adoperano categorie moderne nella ricezione dell’antico, sebbene questo approccio estetico-antropologico stia dominando negli studi sul tardoantico, dalla sua invenzione da parte dello storico dell’arte Alois Riegl (è del 1901 il famoso saggio sulla Spätrömische Kunst- Industrie per una prima rivalutazione del basso-impero) alla più recente “esplosione di tardoantico” nel solco di The World of Late Antiquity di Peter Brown;6 alla luce di queste suggestioni si può motivare l’insidioso interrogativo, aperto nell’introduzione, su Calpurnio Flacco come autore postmoderno. Laddove il filosofo contemporaneo Jean-François Lyotard identificava le grandi novità narrative della modernità con la conoscenza assoluta e un’emancipazione universale e ne dettava il superamento con l’avanzata della tecnologia e del capitalismo, Dinter e Guérin ritengono che Calpurnio Flacco abbia oltrepassato i confini del genere declamatorio, integrando la sua grande narrativa con delle piccole narrative, pronte a mettere in discussione leggi e valori che sorreggevano i modelli della tradizione.

Tale prospettiva guida anche il poderoso contributo di Jonathan E. Mannering in apertura del volume; da una parte l’autore tenta un’analisi complessiva del corpus e dall’altra raggruppa declamazioni, pur distanziate in esso, in base a filoni tematici o tecniche retoriche comuni, così da ribadire la presenza di legami letterari sottesi nell’opera. Appaiono utili i riferimenti alla seconda controversia, in cui il dibattito sulla nascita di un neonato nero apre una duplice riflessione sul diritto di natura e sul ruolo del caso nell’esperienza umana (locus communis declamatorio), e alla terza, la sola ambientata in un periodo specifico della storia romana quale la guerra di Mario contro i Cimbri e i Teutoni (113-101 a. C.). Sulla terza controversia si concentra il capitolo di Catherine Schneider, con una puntuale disamina tra retorica e diritto del noto episodio del miles Marianus: il giovane Caio Plozio era reo di aver assassinato il suo tribuno Caio Luiso, nipote dello stesso Mario, che aveva tentato di violentarlo. Dopo un inevitabile confronto con la III Declamazione maggiore pseudo-quintilianea, che affronta lo stesso tema,7 e con altrettanti riferimenti in Cicerone, Quintiliano, Valerio Massimo e Plutarco, l’autrice indaga i temi della morale sessuale e della trasgressione che si intravedono tra le pieghe degli estratti: a tal fine si sofferma sul lessico della pudicitia che ricorre nella declamazione, attraverso l’exemplum ancestrale dello stupro di Lucrezia e un confronto con la degradazione civica dell’infamia; ampiamente discussa è anche la sanzione dell’impudicitia di natura sessuale sotto il principato di Adriano (Dig. 48. 8.1.4 Marcianus 14 inst.), a cui si aggiunge un’ulteriore riflessione di carattere giuridico sul tema della legittima difesa (con riferimenti al Codice penale tuttora vigente in Francia). Nella ricostruzione declamatoria dell’episodio è rinvenuto un tratto di deformazione retorica analogo a scritti come il De bello Gallico o la Germania di Tacito: il mito del buon barbaro (in questo caso rappresentato dal Cimbro) risulterebbe contrapposto—in chiave satirica o moralizzatrice—alla degenerazione morale dei Romani. Una così puntuale indagine intertestuale traccia la permanenza e la vitalità nei secoli della tradizione retorica, dato il perpetuarsi delle argomentazioni declamatorie sino a un’antilogia di Lorenzo Patarol della prima metà del XVIII secolo.

Si possono così trarre importanti elementi per un approccio storico—non sempre praticato e invece altrettanto auspicabile —alla pratica declamatoria, aperto alle sue implicazioni socio-culturali: in questo orizzonte si inserisce il contributo di Alfredo Casamento sul carattere del vir fortis, soprattutto nella dimensione conflittuale tra padre e figlio o tra fratelli (la famiglia è un tipico leitmotiv delle declamazioni).

Ulteriori opportunità dell’intertestualità, nello studio delle declamazioni, si evincono dal contributo di Lydia Spielberg che traccia diversi parallelismi tra Seneca Padre e Calpurnio Flacco; i tentativi di aemulatio e la libera circolazione di sententiae negli ambienti declamatori si affiancano, tuttavia, a un continuo e dinamico riadattamento dei modelli per assecondare il cambiamento dei gusti e dei tempi. L’autrice denuncia un problema del tutto condivisibile, ovvero la difficoltà di distinguere una netta citazione letteraria da un bagaglio di topoi trasmessi oralmente e che appartenevano a una tradizione popolare, a cui si aggiunge l’altrettanto labile confine nel mondo antico tra citazione e plagio, definito brillantemente “the dark side of intertextuality” (pertanto si sofferma a sua volta sul Miles Marianus). Così Spielberg definisce efficacamente il corpus di Calpurnio Flacco come il prodotto di una “community continua e diacronica di declamatori attivi” (50).

L’interesse per le relazioni tra testi si riscontra anche nell’originale capitolo curato da Andrea Balbo. Dopo aver già precedentemente indagato il lessico di Calpurnio Flacco per individuarne eventuali elementi datanti,8 in questo caso si occupa di paremiografia partendo dal problematico rapporto tra proverbi e sententiae nelle declamationes. Balbo identifica le sententiae con quelle tirate moraleggianti e filosoficamente fondate che si riscontrano in autori come Lucano e considera il loro riuso nelle declamazioni una peculiarità del background culturale e scolastico a cui appartengono. Attribuisce, invece, ai proverbi—sinora individuati in maniera esigua o erronea nei corpora declamatori, una duplice finalità persuasiva e stilistica: essi sono finalizzati a rafforzare un’argomentazione, ad aumentare il pathos o a creare una pausa tra due punti diversi della declamazione. Nel caso di Calpurnio Flacco Balbo trova più opportuno parlare di materiale paremiografico che si contraddistingue per

“la brevità della formulazione, spesso resa più efficace mediante accorgimenti retorici e fonici; la riconosciuta tradizionalità e condivisibilità del contenuto; la funzione didascalica, etica, morale, in altri termini di ‘ammaestramento / giudizio’ sociale e umano del messaggio, significato chiaro, autonomia dal tema della declamazione, facilità di memorizzazione” (p. 118; cfr. E. Lelli 2006, I proverbi greci. Le raccolte di Zenobio e Diogeniano (Soveria Mannelli: Rubbettino), p. 11).

Pertanto Balbo ha voluto apportare delle rettifiche alla nota edizione Teubner dei proverbi latini pubblicata nel 1890 da August Otto, Die Sprichwörter und sprichwörtlichen Redensarten der Römer, aggiungendo ai soli nove casi attestati in Calpurnio Flacco altre occorrenze sinora trascurate (riemerse proprio dal confronto con altri testi).

In conclusione la lettura di Reading Roman Declamation: Calpurnius Flaccus apre uno squarcio variegato e ricco di elementi innovativi su una fonte rimasta a lungo appannata. L’approccio degli autori risulta contagioso e coinvolgente per la vivacità dei giudizi e della scrittura, che restituisce questioni complesse e filologicamente fondate con una capacità di sintesi e una linearità espressiva del tutto apprezzabili. Altrettanto riuscita è l’impresa di abbracciare il fenomeno declamatorio da più punti di vista, anche se una prospettiva filologico-letteraria risulta prevalere sulle altre. La sola struttura del volume risulta penalizzante per la successione non sempre coerente dei singoli capitoli: su temi fondanti si ritorna più volte a distanza di diverse pagine mentre i contributi-chiave di Santorelli e Winterbottom, rispettivamente sui problemi di datazione e sulla storia editoriale del corpus, sono posti in coda all’opera nonostante discutano di problemi preliminari.

Per queste ragioni, nel recensire il volume, non si è riusciti a seguire l’ordine dei singoli capitoli, rinvenendo a tratti nel suo impianto lo stile postmoderno, diretto e pindarico insieme, di Calpurnio Flacco.

Table of Contents

Martin T. Dinter and Charles Guérin, Introduction: Calpurnius –a postmodern author? 1
Jonathan E. Mannering, Declamation 2.0—Reading Calpurnius ‘whole’ 9
Lydia Spielberg, Non contenti exemplis saeculi vestri: Intertextuality and the declamatory tradition in Calpurnius Flaccus 45
Catherine Schneider, (Re)lire la déclamation romaine: le soldat de Marius par Calpurnius Flaccus 77
Alfredo Casamento, Colorem timere peius quam sanguinem. Paintings, family strife and heroism 97
Andrea Balbo, Problems of paremiography in Calpurnius Flaccus 113
Biagio Santorelli, Metrical and accentual clausulae as evidence for the date and origin of Calpurnius Flaccus 129
Michael Winterbottom, The editors of Calpurnius Flaccus 143
Bibliography 161
Subject Index 175
Index locorum 177

Notes:


1.   Biagio Santorelli, nell’analisi delle clausulae metriche condotta in un capitolo di questo volume, ipotizza una datazione alla seconda metà del secondo secolo d.C., ritenendo che Calpurnio Flacco sia stato influenzato dalle pratiche scolastiche delle province africane.
2.   Per un confronto con le declamazioni greche resta imprescindibile la lettura del volume di Donald Russell, Greek Declamations, Cambridge; New York: Cambridge University Press, 1983, a cui si deve la fortunata definizione di Sofistopoli per indicare l’immagine di città ideale che appare sullo sfondo delle scuole di retorica e dunque delle declamazioni.
3.   La rilettura delle declamazioni in un’ottica prevalentemente letteraria si ripropone in Martin T. Dinter, Charles Guérin e Marcos Martinho (a c. di), Reading Roman Declamation: The Declamations Ascribed to Quintilian, Berlin; Boston: De Gruyter, 2016.
4.   Per citarne alcuni: Eugenio Amato, Francesco Citti e Bart Huelsenbeck (a c. di), Law and Ethics in Greek and Roman Declamation, Berlin; Boston: De Gruyter, 2015 (BCMR 2016.07.30); Rémy Poignault e Catherine Schneider (a c. di), Fabrique de la déclamation antique. Controverses et suasories, Lyon: Maison de l’Orient et de la Méditerranée, 2016; Alfredo Casamento, Danielle van Mal-Maeder, Lucia Pasetti (a c. di), Le declamazioni minori dello Pseudo-Quintiliano. Discorsi immaginari tra letteratura e diritto, Berlin; Boston: De Gruyter, 2016 (BCMR 2018.03.47); Mario Lentano, La declamazione a Roma: breve profilo di un genere minore, Palermo: Palumbo, 2017.
5.   In un capitolo di questo volume la storia di tutti gli editori di Calpurnio Flacco, a partire da Pierre Pithou vissuto nel XVI secolo, è ripercorsa da Michael Winterbottom.
6.   Cf. Andrea Giardina, “Esplosione di tardoantico” Studi storici 40 (1999): 157-180, per una ricostruzione del dibattito sul tardoantico con distacco critico.
7.   Cf. Graziana Brescia, Il miles alla sbarra. [Quintiliano], Declamazioni maggiori, III, Bari: Edipuglia, 2004.
8.   Vd. Andrea Balbo, “Ri-leggere un lettore. Riflessioni lessicali su Calpurnio Flacco”, in Rémy Poignault e Catherine Schneider (a c. di), Fabrique de la déclamation antique. Controverses et suasories, Lyon: Maison de l’Orient et de la Méditerranée, 2016, 49-65.

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